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Infine, data la sua origine, poteva essere anche detto semplicemente lithos aigyptos. Esso era l’icona del potere: infatti “il suo uso era strettamente limitato alla divinità dell’imperatore, ai suoi ritratti, alle architetture e agli ornamenti dei suoi palazzi e a celebrare con lui i membri della sua famiglia”. Al porfido venivano anche attribuite proprietà magiche: secondo una tradizione dopo l’incendio di Antiochia del 37 d.C., il mago Debborios face innalzare al centro della città una colonna di porfido, recante incisa una formula di scongiuro contro il terremoto. Non si può escludere che questo monumento non abbia in qualche modo condizionato la costruzione della più famosa colonna di Costantino a Costantinopoli.
LE CAVE - erano ubicate nel deserto orientale egiziano, precisamente sul monte che in virtù del suo colore prende il nome di Mons Porphyrites o Mons Ingneus, monte di fuoco, chiamato oggi Gebel Dokhan, che in arabo significa per l’appunto Monte di fumo o fumante. Il monte si innalza 1661 metri slm, e dista ca. 50 km dall’antico porto di Myos Hormos, l’odierna Abu Shaar, sulle coste del Mar Rosso, e ca. 150 km da Koptos sul Nilo. La principale via d’accesso è rappresentata dal Uadi Umm Sidri e dal Uadi Umm El Maamel. Le cave, ubicate tutte oltre i mille metri di altezza, sono state divise in tre distretti principali, cioè quello orientale (A), alla destra del Uadi Umm El Maamel, a ca. 1100 metri slm e a 300 dal Uadi sottostante; quello occidentale (B), ritenuto il più importante, a più di 400 metri dal Uadi; infine quello nord – occidentale (C), cui si accedeva dallo Uadi Umm Sidri.
Da ciascuno di questi distretti provenivano porfidi di differente colore e qualità: dalle cave orientali arrivava con il porfido verde, un porfido tendente al violaceo, con cristalli regolari biancastri; i porfidi del settore occidentale erano invece di un colore rosso vivace, con cristalli bianchi; nei porfidi dell’area nord occidentale i cristalli presentano un colore rosato, e risaltano su di un fondo di porpora. Attualmente le cave del distretto A sono inaccessibili, così come quelle del C, per il fatto che le precipitazioni e le frane hanno quasi completamente distrutto le rampe realizzate dai Romani. Diversa la situazione nel settore B, dove la rampa è ben relativamente conservata. Nel B e nel C sono stati identificati due villaggi, dimore dei lavoratori della cave, tra i quali, probabilmente, non mancavano i cristiani, damnati ad metalla, anche se le testimonianze in tal senso sono piuttosto povere.
I blocchi grezzi o abbozzati, una volta fatti discendere dalla montagna, erano trasportati sul Nilo attraverso la pista che collegava Koptos con Myos Hormos. E’ possibile che i pezzi più pesanti fossero scaricati ad Ostia; a Roma, al pari di tutti gli altri marmi, il porfido veniva sistemato nell’emporio, di cui non si conosce l’esatta ubicazione. Il viaggio dalla cave a Roma durava molti giorni: circa sette giorni erano necessari da Koptos a Myos Hormos; mentre venticinque giorni, anche nelle migliori condizioni climatiche, occorrevano per il trasbordo da Alessandria a Roma. Le cave, dopo il loro abbandono, intorno alla prima metà del V secolo d.C., non furono più visitate da nessuno, se si escludono i primo eremiti cristiani e i Beduini del luogo, fino al diciannovesimo secolo.
Gli studiosi comunque non persero la consapevolezza della loro esistenza, vista la loro menzione in numerose fonti dell’antichità, che però non offrivano indicazioni precise circa la loro esatta collocazione geografica. La più antica di queste fonti è senz’altro Plinio il Vecchio, che nella sua Naturalis historia, fa menzione del porfido rosso proveniente dalla cave egiziane, ma non precisa la posizione delle stesse. Elio Aristide, scrittore della metà del II secolo d.C. allude alle terribili condizioni di vita delle cave, che colloca, genericamente, nella regione egiziana definita Arabia. Il sito venne riscoperto solo in età contemporanea dall’inglese James Burton nel 1822, mentre conduceva indagini geologiche per conto del Pasha d’Egitto. Successivamente furono viste nel 1837 da Lefebvre, nel 1848 da Hekekyan Bey e nel 1852 dal Lepsius, ma per il primo studio veramente significativo bisognerà attendere il 1880, anno di pubblicazione del terzo volume delle Naturwissenschaftliche Beitrage zur Geographie und Kultugeschicte, dove si dedica una sezione al porfido. Dopo la riscoperta del sito non mancarono i tentativi di riattivare le cave. Nel 1887 William Brindley diede luogo al primo di questi “esperimenti”, che tuttavia si risolse in un fallimento, nonostante il suo, sfortunatamente infondato, ottimismo.
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